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ANNO DOMINI 1564

locandina AIRAGHI WEB

Legnanese- Alfonso Airaghi è evidentemente appassionato di storia, prova ne siano i suoi due scritti precedenti: Libertà è l’idea che ci avvicina, la Resistenza a Rho attraverso i documenti d’archivio (Anpi, 2006) e La Resistenza del partigiano Gini (Comune di Nerviano, 2008). Questa volta però, la trama affonda le radici in anni ben più lontani, nella seconda metà del Cinquecento, in un arco temporale che comprende la cosiddetta “peste di San Carlo” che colpì Rho nel settembre del 1576. E chi si è dato da fare per contrastarla ha rischiato di passare per fattucchiera o, peggio ancora, strega.
Ci sono i frati e i nobili, le gerarchie ecclesiastiche e il buon prete di campagna, la “levatrice e abile guaritrice” perseguitata dagli sgherri dell’inquisizione: quella “Bolina” per qualche tempo addirittura ospitata nelle stanze della canonica di un don Battista che, dapprima scettico, comincia a comprenderne le qualità. La “relapsa” che, già sottoposta in gioventù con altre due donne alle torture degli inquisitori, piuttosto che tornare nelle loro mani, ormai vecchia, si toglie la vita con bacche di tasso impastate di stramonio, che “la accompagneranno nel cammino”.

Alfonso Airaghi 00Quasi una cronaca delle nostre terre, di quel che erano allora, giusto perché l’autore sa portarci a spasso nella sua narrazione, in luoghi che chi è nato da queste parti non stenterà a ri-sentire e ri-conoscere come propri. In tempi in cui la Chiesa si batteva contro l’eresia luterana e al tempo stesso con quel che rimaneva di un antico paganesimo, in cui, come recita il sottotitolo, i villici “mettono un pollo ligato in seno a li morti”.
Si vivono anche le traversie di una comunità, quella che, al tempo della peste, la Bolina ha aiutato a guarire in molti casi. Ripagata dall’odio e dalla paura dei suoi paesani che, alla fine, si pentiranno della loro cattiveria nel chiedere agli inquisitori di lasciarla libera.
C’è qualcosa di manzoniano, con l’inevitabile bravaccio che pagherà le sue malefatte, anche se – purtroppo – qui non c’è il lieto fine. Non ci sono due giovani che finalmente coronano il loro sogno ma una povera vecchia che si toglie la vita e un sacerdote in carcere accusato del possesso di uno strano Pater Noster, quello dei Catari datogli da un Umiliato.
Giunto all’ultima pagina, il lettore si attende un finale come quello dell’Opera al nero della Yourcenar, in cui il pensatore alchemico Zenone esce di scena nel passaggio “a una sostanza superiore”. E sarebbe possibile, con le stesse erbe con cui l’ha fatto la vecchia guaritrice ingiustamente ritenuta una strega.
Ma questo “E accada quel che deve accadere” che pone fine al romanzo nel chiuso di una cella, pare più una porta aperta, anzi spalancata su un auspicabile continuazione dell’affascinante storia. Perché Allegranza Martignoni, detta “Bolina”, al suo prevosto non ha dato alcuna mala herba, ma un talismano che lo protegga!

Gigi Marinoni da www.sempionenews.it 

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